Day 7: Pacific crossing
Il settimo giorno in mare iniziò con le riparazioni:
Ormai anche il più piccolo compito a bordo aveva un peso strano. Nulla era semplice quaggiù. Tendere una cima, controllare una vela, riparare una parte danneggiata della prua, tutto accadeva mentre il pavimento sotto i piedi si muoveva, gemeva e opponeva resistenza in continuazione. L'oceano non smetteva mai di ricordarci chi comandava.
Passammo parte della mattinata a riparare la prua della barca. Il sale ci incrostava le mani. Il vento portava spruzzi sul ponte in brevi e violente raffiche. E da qualche parte, sotto la routine di passarsi gli attrezzi e fissare le cime, notai qualcos'altro che si insinuava di nuovo nel mio corpo.
Non il violento mal di mare dei primi giorni. Non quel tipo di malessere che ti costringe a piegarti su una ringhiera, svuotandoti in mare.
Questo era più silenzioso.
Quasi inconscio.
Una strana pesantezza che si annidava dietro gli occhi. Una sorda letargia. Il corpo si adattava, ma non si rilassava mai completamente. Oggi ho smesso di prendere le pastiglie contro il mal di mare, dopo averne prese due, a volte anche tre al giorno durante la prima settimana, particolarmente difficile. Volevo che il mio corpo ritrovasse il suo equilibrio. Ma forse l'equilibrio qui fuori era solo un'illusione.
Dopo la riparazione, la noia è tornata.
Non la noia normale. La noia dell'oceano.
Quel tipo di noia in cui il tempo si dilata in modo innaturale.
Non c'è altro che acqua. Acqua infinita. Nessun albero che si muove al vento. Nessuna strada. Nessuna montagna in lontananza. Nessuna sensazione di progresso, se non i numeri che cambiano lentamente sullo schermo di un GPS.
Un giorno sembra durarne tre.
La barca trema costantemente. Ogni movimento, ogni passo, ogni tentativo di riposare è accompagnato da un'altra onda che si infrange contro lo scafo. Il suono non si ferma mai. Scricchiolii delle corde. Scrosci d'acqua. Il sordo ronzio del vento. Persino il silenzio è assordante qui fuori.
E lentamente, dopo una settimana trascorsa insieme in uno spazio galleggiante ristretto, anche la conversazione stessa diventa estenuante. Non per via di conflitti. Semplicemente perché la mia energia sociale si è esaurita.